📅 16 Ottobre 2026
I padroni invisibili del nostro telecomando: chi c’è davvero dietro lo “schifo” della TV italiana ⭐ IN EVIDENZA
Se stasera, sedendovi sul divano, vi troverete per l'ennesima volta a tirare giù i santi perché il film o il reality di turno inizia alle dieci di sera passate, sappiate che la colpa non è del destino. E nemmeno delle reti televisive, o almeno non solo loro. La colpa è di un gruppo di fantasmi.
Poco più di 16mila famiglie italiane che, senza che voi ne sappiate nulla, decidono cosa dobbiamo guardare, a che ora dobbiamo farlo e quale livello culturale ci meritiamo.
Nei miei precedenti editoriali vi ho già raccontato la truffa scientifica dello spostamento del prime time. Quel trucco squallido per cui i programmi di punta non partono mai prima delle 21:45 per costringere la gente a fare le ore piccole, o quel mostro contabile che serve a gonfiare lo share a mezzanotte passata, quando la platea televisiva crolla e i network festeggiano record basati sul nulla pur di vendere gli spot a peso d'oro. Ma oggi dobbiamo fare un passo in più. Dobbiamo chiederci: chi sono, esattamente, le persone che si prestano a questo gioco? Chi c'è dietro quelle case che convalidano questa illusione?
Il sistema lo conosciamo tutti, si chiama Auditel. Funziona con una scatoletta nera (il meter) installata nelle case di queste 16.100 famiglie campione. Nessuno può offrirsi volontario; vengono pescate a caso da un algoritmo per rappresentare la "media" degli italiani.
Ma pensiamoci un attimo, a livello puramente umano. Come si fa ad accettare che un aggeggio del genere ti spii ogni singolo secondo? Che registri quando accendi la TV, quando cambi canale, quando ti alzi un attimo per andare in bagno?
Non parliamo di persone con una spiccata coscienza critica. La statistica non mente: questo campione rispecchia la media reale di un Paese culturalmente impoverito. E la cosa più triste, quasi umiliante, è il motivo per cui accettano di farsi usare. Non prendono un euro. Lo fanno gratis, in cambio di una manciata di punti per un catalogo premi. Accettano di farsi tracciare e di tenere la TV accesa passivamente su programmi banali pur di portarsi a casa un frullatore, un set di pentole o un piccolo elettrodomestico alla fine dell'anno. Un set di pentole, capite? Vendono la serata di tutti noi per un premio da catalogo.
C'è qualcosa di profondamente storto in tutto questo. Queste famiglie non sono complici attive di un complotto, ma sono complici della passività. Rappresentano quell'Italia stanca che, dopo una giornata di lavoro, si svacca sul divano e lascia la TV accesa come sottofondo ipnotico, senza protestare se il quiz si trascina all'infinito, senza spegnere per sdegno di fronte all'ennesima banalità.
I vertici delle grandi reti studiano questa passività a tavolino. Sanno benissimo che quel target reagisce solo a stimoli semplici, ripetitivi, terra-terra. Di conseguenza tagliano la qualità, azzerano la sperimentazione e allungano i programmi a dismisura fino all'una di notte. È un circuito chiuso: si produce spazzatura e si sballano gli orari perché quel piccolo campione è disposto a digerire tutto, regalando alle reti milioni di ascolti sulla pelle di chi l'indomani deve svegliarsi all'alba.
Noi pensiamo di essere liberi fruitori di un prodotto culturale, ma siamo solo spettatori impotenti. Fino a quando il destino culturale di 60 milioni di persone sarà governato dal salotto di poche migliaia di individui disposti a vendere la propria privacy per un set di padelle, la nostra televisione continuerà a scivolare verso il basso. E a noi non resterà che guardare l'orologio, rassegnati, alle dieci di sera passate.
16/10/2026 Editoriale C.T.
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Poco più di 16mila famiglie italiane che, senza che voi ne sappiate nulla, decidono cosa dobbiamo guardare, a che ora dobbiamo farlo e quale livello culturale ci meritiamo.
Nei miei precedenti editoriali vi ho già raccontato la truffa scientifica dello spostamento del prime time. Quel trucco squallido per cui i programmi di punta non partono mai prima delle 21:45 per costringere la gente a fare le ore piccole, o quel mostro contabile che serve a gonfiare lo share a mezzanotte passata, quando la platea televisiva crolla e i network festeggiano record basati sul nulla pur di vendere gli spot a peso d'oro. Ma oggi dobbiamo fare un passo in più. Dobbiamo chiederci: chi sono, esattamente, le persone che si prestano a questo gioco? Chi c'è dietro quelle case che convalidano questa illusione?
Il sistema lo conosciamo tutti, si chiama Auditel. Funziona con una scatoletta nera (il meter) installata nelle case di queste 16.100 famiglie campione. Nessuno può offrirsi volontario; vengono pescate a caso da un algoritmo per rappresentare la "media" degli italiani.
Ma pensiamoci un attimo, a livello puramente umano. Come si fa ad accettare che un aggeggio del genere ti spii ogni singolo secondo? Che registri quando accendi la TV, quando cambi canale, quando ti alzi un attimo per andare in bagno?
Non parliamo di persone con una spiccata coscienza critica. La statistica non mente: questo campione rispecchia la media reale di un Paese culturalmente impoverito. E la cosa più triste, quasi umiliante, è il motivo per cui accettano di farsi usare. Non prendono un euro. Lo fanno gratis, in cambio di una manciata di punti per un catalogo premi. Accettano di farsi tracciare e di tenere la TV accesa passivamente su programmi banali pur di portarsi a casa un frullatore, un set di pentole o un piccolo elettrodomestico alla fine dell'anno. Un set di pentole, capite? Vendono la serata di tutti noi per un premio da catalogo.
C'è qualcosa di profondamente storto in tutto questo. Queste famiglie non sono complici attive di un complotto, ma sono complici della passività. Rappresentano quell'Italia stanca che, dopo una giornata di lavoro, si svacca sul divano e lascia la TV accesa come sottofondo ipnotico, senza protestare se il quiz si trascina all'infinito, senza spegnere per sdegno di fronte all'ennesima banalità.
I vertici delle grandi reti studiano questa passività a tavolino. Sanno benissimo che quel target reagisce solo a stimoli semplici, ripetitivi, terra-terra. Di conseguenza tagliano la qualità, azzerano la sperimentazione e allungano i programmi a dismisura fino all'una di notte. È un circuito chiuso: si produce spazzatura e si sballano gli orari perché quel piccolo campione è disposto a digerire tutto, regalando alle reti milioni di ascolti sulla pelle di chi l'indomani deve svegliarsi all'alba.
Noi pensiamo di essere liberi fruitori di un prodotto culturale, ma siamo solo spettatori impotenti. Fino a quando il destino culturale di 60 milioni di persone sarà governato dal salotto di poche migliaia di individui disposti a vendere la propria privacy per un set di padelle, la nostra televisione continuerà a scivolare verso il basso. E a noi non resterà che guardare l'orologio, rassegnati, alle dieci di sera passate.
16/10/2026 Editoriale C.T.