📅 22 Settembre 2026
La dittatura del perdono: così si coccolano i criminali e si calpesta il dolore delle vittime ⭐ IN EVIDENZA
Bisogna dirle le cose, serve il coraggio di farlo ad alta voce. E pazienza se poi dovessi passare per il cattivo di turno. In Italia il dibattito pubblico è diventato invivibile, c’è un moralismo ributtante. Quando guardi la cronaca, quella vera, la ferocia che ti sbatte in faccia la realtà, scatta subito il solito meccanismo. Un automatismo consolatorio, quasi ridicolo e prevedibile. Nemmeno il tempo di fare i processi e già i buonisti del niente pretendono il perdono. Sono ospiti nei talk show e fanno la morale. I grandi esperti ti spiegano che il carnefice era fragile, poverino; e tutti in coro la processione dei perdonisti che invoca percorsi di recupero, abbracci, lacrime. Ma quale recupero, ma di cosa parliamo? Questo buonismo sta distruggendo tutto, cancella proprio l'idea stessa di colpa. E il messaggio che passa è devastante: tanto c’è sempre una scusa pronta, che sia psicologica o sociale. Chi fa violenza ormai lo sa, sa che l'impunità culturale è assicurata. E poi c'è la vittima. La vittima passa dalla parte del torto se non perdona subito in diretta TV. La vittima paradossalmente sembra quella cinica, quella vendicativa. Fa accapponare la pelle, è un ribaltamento totale della realtà. E poi c’è sempre il genio di turno che tira fuori la solita storia. Che il carcere deve solo rieducare, che le prigioni non dovrebbero nemmeno esistere perché altrimenti la gente si incattivisce di più ... Ma stiamo scherzando? Così si ribalta la logica. Con la scusa di umanizzare la pena, la giustizia è diventata ridicola. Se uno stupra, se uno accoltella, se ammazza un innocente, lo Stato e i giudici non devono fare gli psicologi. Il loro compito è quello di punire. Deve togliere questa gentaglia dalla circolazione e proteggere chi è onesto e fragile. Pensare di svuotare le carceri per un’utopia pacifista significa solo una cosa: lasciare la società nel caos, in mano alla legge del più forte. Invece di stringersi attorno a chi ha perso un figlio, a chi è finito su una sedia a rotelle, passiamo le ore a fare la radiografia all’infanzia del "mostro". E la cosa più aberrante è che questo lavaggio del cervello collettivo ha contagiato persino chi ha subito il danno. Ormai assistiamo a scene surreali, figlie di questo concetto del sentimentalismo a tutti i costi. Vediamo ragazzi ridotti su una sedia a rotelle da un branco di minorenni che in tribunale, invece di pretendere giustizia, abbracciano e perdonano i propri aggressori. Sentiamo parenti di ragazze massacrate con più di 70 coltellate dichiarare pubblicamente di voler perdonare e addirittura abbracciare l'assassino. Allora fermiamoci un attimo: secondo me questo non è eroismo, questo non è rispetto per la memoria di una figlia, di un figlio, di una moglie e magari anche madre, strappati alla vita in quel modo brutale. Questa si chiama sottomissione culturale, dove persino il dolore viene spettacolarizzato e addomesticato al ricatto del perdono a tutti i costi. E finiamola di chiamarli, anche nei servizi giornalistici: poco più di un bambino, un ragazzo, oppure un giovane, un uomo. Occorre definirli per quello che sono: criminali. Si sta sempre a cercare la crepa nel sistema, la solitudine, la mancata integrazione. Così la colpa si diluisce, diventa di tutti. E se è di tutti, alla fine, non è di nessuno. Ma la stragrande maggioranza delle persone che vive in contesti difficili non va in giro a distruggere la vita degli altri. Scegliere il male è una decisione del singolo, mica della società. Servono pene certe. Rigore, severità e basta coccolare i criminali sulla pelle delle vittime. Uno Stato serio non fa psicoterapia di gruppo nei salotti in TV, garantisce che chi fa del male paghi in cella tutta la pena, fino all'ultimo giorno, senza sconti, senza sbarre virtuali e senza ipocrisie.
Editoriale 22/09/2026 𝘊.𝘛.
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