📅 31 Luglio 2026
ADDIO A FRANCO BARESI, IL "CAPITANO ETERNO" DEL MILAN CI LASCIA A 66 ANNI. IL CLUB: "PERSO UN BATTITO DEL NOSTRO CUORE"
All'uscita della casa di Travagliato, il paese dove era nato e dove ha trascorso gli ultimi anni, c'è già un drappello di tifosi. Qualcuno piange in silenzio. Altri hanno appoggiato una sciarpa rossonera sul cancello. Franco Baresi è morto nella notte tra giovedì e venerdì. Il Milan ha dato l'annuncio con un comunicato che non lascia spazio a fraintendimenti: "La nostra storia è in lacrime. Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del DNA e del cammino di tutto il Club". La notizia della sua malattia era uscita un anno fa. Nell'agosto del 2025. Una nodulazione polmonare. L'avevano operato. Tutto sembrava andare bene. L'immunoterapico, il post-operatorio senza complicazioni. Poi a novembre, un post su Instagram: "Viva la vita". E l'avevamo visto a febbraio, a San Siro, con la torcia olimpica. Sorrideva. Affaticato, ma sorrideva. Parlava di "attimi più emozionanti della mia vita sportiva". Poi due giorni fa, la fake news. Mercoledì 29 luglio. Qualcuno aveva scritto che era morto. Il Milan aveva smentito. Il comunicato era stato secco: "Franco sta affrontando un momento delicato e il Club gli è accanto con affetto. Invitiamo tutti a rispettare la sua privacy e a non contribuire alla diffusione di informazioni prive di qualsiasi fondamento". Ma qualcuno ci era cascato. Anche Matteo Salvini, tifoso rossonero, aveva pubblicato un messaggio di cordoglio, poi subito rimosso. Poi questa notte, l'addio. Io non l'ho mai conosciuto. Ma chi l'ha visto giocare dice che era diverso. Non parlava mai. Guidava con lo sguardo. Era il numero 6, quel numero che nessuno ha più indossato dopo di lui, perché il Milan lo ritirò nel 1997 quando appese le scarpe al chiodo. Aveva 17 anni quando esordì in Serie A. Il 23 aprile 1978, contro il Verona, 2-1. Da lì in poi, venti stagioni consecutive, 719 partite ufficiali, 33 gol. Tutti con la stessa maglia. A soli 22 anni la fascia da capitano. E la tenne per quindici stagioni. Perché lui non parlava, guidava con lo sguardo, e i compagni lo seguivano. Arrigo Sacchi lo definiva il miglior difensore del mondo, e non sbagliava. Capello lo chiamava "il mio Kaiser Franz". Il soprannome "Piscinin", che in dialetto milanese vuol dire piccolino, glielo avevano affibbiato per la corporatura esile. Ma in campo era grande. Perché giocava d'anticipo, leggeva le traiettorie prima degli altri, e gli attaccanti lo odiavano. Con il Milan ha vinto sei Scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Supercoppe europee, quattro Supercoppe italiane. Con la Nazionale è stato campione del mondo nel 1982, da giovane. E vicecampione nel 1994, da capitano. Ha giocato la finale di Wembley contro il Brasile con una febbre che non gli faceva stare in piedi. E non si è arreso fino all'ultimo secondo. Pelé lo ha inserito nella FIFA 100 nel 2004, la lista dei 125 migliori calciatori viventi. Nel 2020 era stato nominato vicepresidente onorario del Milan. Ma lui non amava i titoli. Amava il campo, e la sua famiglia. La città di Brescia stamattina è ferma. A San Siro, i tifosi hanno cominciato ad arrivare all'alba. Sciarpe, fiori, bandiere. E silenzio. Il Milan ha annunciato che la camera ardente sarà allestita domani nella Sala del Capitolo di Casa Milan. Il funerale si terrà lunedì mattina al Duomo di Milano. La società ha invitato i tifosi a rispettare il dolore della famiglia Baresi. Il presidente Paolo Scaroni ha detto che Baresi era "un fratello maggiore per tutti noi". L'ho letto in un comunicato, ma non c'era bisogno. Bastava vedere la faccia della gente, stamattina, davanti a San Siro. Per capire che il calcio ha perso più di un campione. Ha perso un esempio. E in questi giorni, a Milano, lo si sente nell'aria.
Editoriale C.T. (31/07/2026)
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